Edoardo Lozza, "Psicologia del denaro e gioco responsabile"
L'intervista a Edoardo Lozza, Membro del Comitato Scientifico della Fondazione FAIR.
Professor Lozza, lei si occupa di psicologia del denaro: quali sono i principali temi di questa disciplina e come si lega al tema del gioco responsabile?
La psicologia del denaro studia il rapporto che gli individui sviluppano con il denaro, esplorando sia le dimensioni cognitive ed emotive sia gli effetti sociali e comportamentali. Il denaro non è solo uno strumento economico, ma anche un simbolo che influenza le nostre scelte, relazioni e percezioni di sicurezza e status. Se è vero che il denaro nasce e si sviluppa come strumento di rendicontazione e di scambio, nel corso della storia diventa sempre più anche un modo di relazionarci con gli altri. In particolare, i soldi sono oggi il cardine di uno «script» o «copione mentale» in cui ci aspettiamo che le nostre relazioni sociali siano esclusivamente come quelle del mercato: competitive, oggetto di calcolo, egoiste ed individualiste. Questo comporta il fatto che il denaro impatta sul nostro modo di relazionarci con gli altri, nonché con la società più in generale, anche al di fuori degli scambi di mercato. Inoltre, sia per la sua natura astratta e infinita, sia per le sue stesse vicissitudini storiche, il denaro tende spesso a diventare un fine pervasivo ed assorbente: e sono queste le situazioni in cui questo strumento smette di essere neutrale e determina tutta una serie di effetti psicologici e comportamentali, ben esemplificati dai bias cognitivi evidenziati dall’economia comportamentale, così come dalle emozioni a volte incontrollabili che può suscitarci, evidenziate tanto dalla psicoanalisi quanto dalle neuroscienze.
In questo contesto, il tema del gioco responsabile assume un ruolo cruciale. Il gioco d'azzardo con vincite in denaro rappresenta una delle situazioni in cui il rapporto con il denaro può diventare problematico. Tuttavia, la percezione del rischio spesso emerge solo in situazioni estreme, mentre le forme intermedie di gioco problematico vengono minimizzate. Raggiungere una maggior consapevolezza del nostro rapporto con il denaro e delle sue implicazioni psicologiche diventa quindi essenziale per prevenire comportamenti a rischio.
Esistono delle differenze generazionali nel nostro rapporto con i soldi? In particolare, le generazioni più giovani quali caratteristiche hanno rispetto al loro rapporto con il denaro?
Sicuramente osserviamo delle differenze generazionali nel nostro rapporto con i soldi. Due recenti studi, in particolare, sono significativi da questo punto di vista. Il primo di questi (Sesini e Lozza: “La rappresentazione sociale del denaro e della crisi economica: differenze per ciclo di vita”, Sistemi Intelligenti 3/2023, 605-515), nell’ambito di un confronto fra generazioni sulle parole più associate al tema del denaro, mostra come per i giovani emerga una visione più pragmatica e disincantata del denaro, caratterizzata da termini concreti quali soldi, contanti, monete, lavoro, casa, acquisti; mentre sono gli individui più maturi ad essere più orientati verso una prospettiva simbolica, con parole come serenità, sicurezza, libertà o potere.
Il secondo studio (Castiglioni, Sesini, Pinel e Lozza: “Psychology of money and new methods of payment: generational differences towards a cashless society”, Micro & Macro Marketing, 2/2023, 311-336) affronta invece le abitudini di pagamento delle generazioni più giovani. In questa prospettiva, lo studio mette in discussione una delle scoperte più note della psicologia del denaro, e cioè il fenomeno del “dolore del pagamento”. Come forse è noto, numerose ricerche hanno dimostrato che separarci fisicamente dai soldi attiva i circuiti cerebrali associati al dolore, o più specificamente, al disgusto e al dispiacere. In altre parole, quando estraiamo banconote dal portafoglio, proviamo una sensazione di disagio. La dinamica cambia invece quando effettuiamo pagamenti tramite strumenti elettronici, come app, bancomat o carta di credito. In questi casi, il dolore è meno intenso perché percepiamo meno direttamente la separazione del denaro speso. Il pagamento elettronico, quindi, anestetizza almeno in parte il dolore del pagamento. Di conseguenza, siamo più inclini ad acquistare cose di cui non abbiamo effettivamente bisogno o di cui non siamo completamente convinti. Paradossalmente, per sfuggire al disagio del pagamento, i consumatori finiscono dunque per spendere di più. In proposito, pare però che l’equazione “contanti = sofferenza” vale soprattutto per le generazioni più adulte.
Nei giovani, abituati a utilizzare gli strumenti digitali, il dolore del pagamento si attiva quando usano le app, la carta o il bancomat. Per contro, quando pagano con i contanti, non sentono di spendere davvero, anche perché in loro il dolore si è già attivato quando hanno prelevato il denaro allo sportello. Il motivo è legato alla percezione che quelli prelevati agli sportelli siano soldi “già spesi”. A ciò si associa anche un’altra differenza: i più giovani tendono a considerare maggiormente l’e-money, rispetto al contante, come uno strumento adatto per organizzare e gestire meglio il proprio denaro, grazie ai meccanismi di feedback e gestione delle spese che caratterizza i metodi di pagamento elettronico (ad esempio, tramite app mobili che consentono un costante monitoraggio delle transazioni e dei fondi disponibili, favorendo così l'autocontrollo e l'autoregolamentazione nelle spese).
Entrambi questi studi mostrano insomma quanto il nostro rapporto con i soldi sia in costante evoluzione, e per questo vada monitorato attentamente per adeguare le forme di comunicazione e di education alle esigenze di ciascun segmento della popolazione.
A suo parere c'è una relazione tra la preferenza dei giovani per il denaro online e la facilità/percezione di spesa nel gioco?
Ciò è molto probabile. L'abitudine all'uso del denaro digitale porta a una minore percezione della spesa reale, il che può facilitare comportamenti impulsivi anche nel gioco. In proposito, una recente ricerca condotta dall'Unità di Psicologia Economica dell'Università Cattolica in collaborazione con la Fondazione FAIR ha evidenziato come i giovani under 25 si avvicinino al gioco con un misto di curiosità, ricerca di adrenalina e speranza di guadagni facili. La ricerca ha evidenziato come i giovani siano più esposti al gioco online e agli influencer che lo promuovono, riducendo ulteriormente le barriere psicologiche all'accesso. Inoltre, il gioco d'azzardo online viene percepito come più discreto, meno controllato e più immediato rispetto a quello fisico, aumentando il rischio di perdita di controllo.
Numerosi studi mostrano che i più giovani lamentano una scarsa competenza finanziaria e una bassa autonomia gestionale, ma emerge un interesse ad approfondire questi temi. Quali modalità o strumenti comunicativi sono a suo parere più idonei per avvicinare i giovani ed educarli in questo senso?
L'educazione finanziaria deve adattarsi ai canali e ai linguaggi delle nuove generazioni. Le strategie più efficaci dovrebbero includere, accanto ovviamente all’educazione più tradizionale, ad esempio nelle scuole, l’uso di influencer e social media, l’introduzione di strumenti digitali interattivi e uno stile di comunicazione adatto al target. Da un lato, infatti, molte scelte finanziarie dei giovani sono influenzate da creator digitali: coinvolgere testimonial credibili può dunque rendere più accessibili e attrattivi i concetti finanziari. Dall’altra parte la diffusione di strumenti digitali interattivi, come app di gestione finanziaria con funzioni di feedback immediato, possono aiutare a sviluppare maggiore consapevolezza sulle proprie spese. Infine, in riferimento agli stili comunicativi, con questo target può essere utile puntare su una comunicazione basata sull'empowerment, evitando cioè approcci paternalistici e puntando invece su contenuti che diano ai giovani strumenti per prendere decisioni autonome e responsabili. Considerando la precarietà economica e lavorativa che caratterizza il contesto italiano, è davvero fondamentale che questi strumenti siano personalizzati e rispondano concretamente ai bisogni e alle aspirazioni delle nuove generazioni.
E quali iniziative sono più adatte per educare i giovani al gioco responsabile?
La ricerca sugli under 25 ha identificato una serie di richieste molto chiare da parte di questo target: le attese vanno nella direzione di un lavoro di informazione ed educazione in cui fornire parametri certi per definire le soglie e i comportamenti a rischio. Si tratta anche di diffondere educazione emotiva legata al gioco d'azzardo, concentrandosi sul riconoscimento dei fattori scatenanti emotivi e sullo sviluppo di meccanismi di coping e regolazione delle emozioni. Per le persone più a rischio, infine, si può poi pensare alla promozione per azioni più mirate e concrete, da consulenze individuali fino alla facilitazione all’accesso di percorsi di psicoterapia individuale e di gruppo, per sostenere e migliorare le situazioni più problematiche. Si tratta di un lavoro importante per promuovere una più sana relazione con il gioco, ma anche con il denaro stesso, per prevenire comportamenti a rischio i cui effetti possono essere tanto gravi sia a livello individuale, sia a livello sociale.
Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sulla Fondazione FAIR